
Alessandro Fantini
Nei miei lunghi anni di attività professionale moltissimi allevatori hanno voluto condividere con me questa riflessione: «Ognuno che viene a trovarmi per risolvere un determinato problema mi prospetta soluzioni che sono tutte il contrario di tutto e questo mi crea uno stato di profonda confusione».
Il rammarico di questi allevatori è che, in questo modo, diventa difficile risolvere i problemi, ma anche migliorare le performance tecniche e la redditività del proprio allevamento. Secondo loro, nessuna categoria è assolta.
Per chi svolge l’impegnativo e rischioso lavoro di allevatore, fidarsi dei propri consulenti e dei propri fornitori non è sempre facile. Una scelta sbagliata, infatti, può mettere a rischio la redditività dell’attività e, in alcuni casi, persino la sopravvivenza dell’allevamento.
Sono diversi i motivi alla base di questa confusione, nociva sia per gli allevatori sia per chi fornisce loro prodotti e servizi, e molti di questi nascono, va detto, da un’assoluta buona fede.
Siamo in un periodo, forse iniziato con la pandemia di Covid-19, nel quale la figura dell’esperto si è molto appannata, per innumerevoli ragioni. Questo ha spinto buona parte della gente a cercare autonomamente risposte e soluzioni sul web, sui social o nei gruppi WhatsApp.
Siamo nel tempo in cui l’influencer è diventato più attraente dell’esperto.
A squarciare questa coltre d’incertezza è arrivata, il 22 novembre 2022, la pubblicazione di ChatGPT, il chatbot di OpenAI: un oracolo con cui dialogare e al quale chiedere praticamente di tutto, capace in un battito di ciglia di rendere apparentemente obsoleta la consultazione con un professionista o la lezione di un esperto.
Di fronte alle contrastanti soluzioni prospettate dai cosiddetti esperti, cosa c’è di più rassicurante e veloce che porre una domanda all’intelligenza artificiale generativa, che cerca sempre di accontentarti e compiacerti e sembra avere una risposta per tutto?
Una persona di buon senso, che ha profonde radici in questo mondo e che non vive in un’ampolla, sa però bene che non a tutto c’è una soluzione e, quindi, una risposta. Sa che molte malattie non possono essere semplicemente “risolte” e che spesso si deve procedere per tentativi. Sa anche che molti problemi tecnologici non sono ancora risolvibili.
Poche, ma efficaci, sono le soluzioni possibili. Una delle più importanti consiste proprio nel recuperare il valore del “non lo so” e del “non si sa”, espressioni che hanno reso grandi tanti professori, professionisti e “capitani d’azienda”.
Personalmente, mi sento molto più rassicurato da un “non lo so” che da chi ha una risposta, un’opinione e una soluzione per tutto, soprattutto quando l’argomento è tecnico piuttosto che umanistico.
Ricordo che, tanti anni fa, un allevatore con il quale avevo un ottimo e reciproco rapporto di fiducia mi chiese aiuto per un problema piuttosto serio di mastiti nelle sue bovine. In “scienza e coscienza” rischiai di rispondere che, rispetto a ciò che mi stava chiedendo, non esisteva ancora una soluzione.
Sapevo che una risposta del genere avrebbe potuto appannare il nostro rapporto e farmi perdere la sua fiducia. L’allevatore, invece, apprezzò molto quella risposta e mi disse che era certo che, se la scienza avesse trovato una soluzione, sarebbe stato tra i primi che avrei informato e che questo avrebbe certamente aiutato a risolvere il suo problema.
Quella lezione di vita mi fece riflettere molto. Cercare a tutti i costi di fare bella figura con un allevatore è un comportamento poco lungimirante e, alla lunga, anche molto rischioso.
Gli allevatori, proprio per la complessità del loro lavoro e per il fatto di dover convivere quotidianamente con le bizzarrie della natura, sono attenti osservatori. Sanno cogliere ogni sfumatura e sanno riconoscere il valore delle persone con le quali intrattengono rapporti.
La maturità mi ha insegnato che credere fideisticamente nel metodo scientifico e nello spirito critico, in un tempo in cui le certezze apparenti proliferano in ogni angolo, è uno degli atteggiamenti più lungimiranti che si possano avere.
Oggi, in ogni ambito del sapere umano, si ricorre sempre più a un approccio olistico o plurifattoriale, soprattutto nell’ambito delle scienze biologiche. Dopo millenni di progresso scientifico e di crescita della tecnica, di certezze ne abbiamo certamente molte di più.
Un tempo si pensava che per ogni criticità dell’allevamento ci fosse una singola motivazione. Oggi sappiamo che ogni problema, sia esso produttivo, riproduttivo o sanitario, che riguarda la stalla necessita di una risposta plurifattoriale.
Non esistono una cura, una razione o un mangime perfetti. Esiste una soluzione che può essere più o meno adatta a un determinato contesto.
I professionisti che hanno nel loro DNA il metodo scientifico e sono animati dallo spirito critico possiedono gli strumenti per continuare ad aggiornarsi, farsi carico di un problema e analizzarlo da tutte le angolazioni possibili. Il loro compito è trovare le soluzioni quando esistono, ridurre i “non lo so” e, soprattutto, riconoscere con onestà ciò che ancora “non si sa”.
Sempre in scienza e coscienza.
